| Alfredo Di Legge | |||||||
| Mnemosyne | |||||||
| 2009 | |||||||
| I Giorno di pioggia, pioggia di specchi in lampi di luce fioca, mentre l’acqua si perde oltre gli steli e le foglie nella spianata che dilaga nemmeno un palpito formando a preparare lo stupore del ricordoche traluce. È naturale che quando qualcosa si diffonda, la forma che prima aveva sia annientata e si smarrisca, e proprio in questo vive il dissetare, attraverso l’indifferente fiume dell’oblio e ricordo: la stessa acqua li alimenta di parole strane come le piante senza nome che allignano sul ciglio dell’abisso, acqua leggera, ricolma di specchi che si perdono nell’anima. Allora Mnemosyne si china a scrutare le superfici effimere, trasformate in specchi da una perdita, in oscuro splendore a divinare. |
XII Come si comprimono i silenzi Fossero vapore impalpabile o nebbia che svapora, qualcosa resterebbe, non il nulla che dimentica la pena, non appena parola ricevuta o proferita li interroga, nemmeno conoscendo lo sguardo o la ragione che dilunga in uno spasmo quel tacere verso deserta latitudo, fatta in maniera da non conoscere confine che memoria possa attingere nel suo dolce riferire quando si volge nel risguardo. Ma sarebbe per questo meno esoso l’importo del dolore, o è solo potenza della pena elevata a soffrire sconosciuto da esponente che ha radice senza nome, che annienta il ricordare trascendendolo, perché se memoria è ancora, sempre, senza pena quel silenzio dice di pena senza nome fuori degli orti di memoria e di dimenticanza nelle terre estreme dove Mnemosyne stessa resta confusa di fronte a fonti equivalenti. |
XIII Chi ha seminato denti di drago nella terra soffice, nel sonno di fiducia che attendeva primavera di gemma stupita, invece del serrato bagliore che ferisce cancellando il cielo con coorti mobilissime? Dove l’amica lieve che sfiorava l’anima e la portava, rivelando un dolce chiedere? Non illeso precipita l’infinito nell’anima, incapace a contenerlo, ostacolarlo, quando in un lampo estende il suo impero privo di tramonto, brulichio piovoso della pena. Smarrito l’occidente del cammino, perduta è l’ombra – invece delle labbra amate, con fiori strani, petali d’ombra, orbi di sole che li schiuda. |
XV Lezioni di infinito nei tuoi occhi, da quanto tempo sono cominciate ed io – perché in ritardo, e solo ora mi precipito a seguire la fuga dei colori, l’indaco e il grigio, il muschio verde all’improvviso nel bosco, che cosa ho perso o sto perdendo, quali teoremi di passione, trattati di pace e di tempesta, vado sussurrando mentre ti rechi con me alle fosse comuni del ricordo, nella favola che torna, canto più semplice smarrito un tempo nel silenzio della voce. Non andiamo a contemplare orrori, solo i corpi dimenticati, di cui Mnemosyne confonde nei baci le labbra, ed il sorriso. |
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