| Nanni Cagnone | |||
| Risposta al Deutschland | |||
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Non teniamo con noi lo stesso onore della poesia, e non parliamo la stessa lingua. La poesia è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non-finite e ne prosegue il desiderio. Dunque, è possibile che respicere finem e fare poesia siano attività incompatibili. Nel primo caso, un senso ci precede (siamo attesi); nel secondo, si confida nella virtualità a tal punto da considerare ‘eventuale’ la cosa percepita. Anche Sœren Kierkegaard (nel Post-scriptum alle Philosophiske Smuler) dice ardua la condizione del poeta religioso, poiché il páthos della poesia richiede indifferenza etica e amore della ‘possibilità’. Insomma, si dovrà convenire che un titolo irritante come G. M. Hopkins: Priest and Poet annuncia, sia pure per equivoco, preoccupazioni non superflue. Il poeta religioso è un poeta autodistruttivo, costretto a farsi testimone dell’ultimo télos e a convertire i fatti al senso che li governa. Se è rassegnato al disegno che lo contiene e lo supera, della cosa dovrà preferire la capacità di farsi esempio, eppure dovrà guardarsi dalla sovrannaturale solennità di questa cosa, resistendo a non ottenerne un senso prematuro. Essendo oppresso da certezze preliminari, dovrà pur riscuoterle dal testo: probabilmente assisteremo a sostituzioni edificanti e dovremo sopportare qualche esortazione. Se la causa si fa intenzione, o la preferenza pregiudizio, offenderà il movimento che non si deve prevedere, costringendo il testo. Il poeta, quando è preso da enthousiasmós, ha in sé un altro dio, e a questo soltanto deve rendere conto. Egli è un credente, non un sacerdote, e infatti – diversamente da quest’ultimo – sarà profano per sempre. D’altra parte, qualora prenda su di sé l’assoluta serietà della poesia, dovrà ancora divenire un credente della propria fede, mentre scrive, poiché – sorpreso dal linguaggio – non potrà ritrovare facilmente, in poesia, ciò che ha trovato altrimenti. È questo il disordine che la poesia introduce nella religione. Non si passa senza pena dal religioso al sacro. Rammento Empedocle: «Ma assai travagliato e sospettoso è il passaggio della fede nell’animo umano». Quando si fece sacerdote, Hopkins distrusse col fuoco le poesie giovanili e rinunciò alla Selbstheit, rinunciò a scrivere. Non si trattò di un’iniziativa isterica, bensí di una deduzione logica. Ma la gloria segreta della rinuncia è difficile da sopportare: perché il fallimento abbia successo, occorre una fede imperterrita—o si deve essere tanto scaltri da procurarsi un piacere antitetico. [...] —To read the complete text, click on the pdf below. |
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| G.M. Hopkins Man in Punt, 1863 | |||
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