Romano Màdera
C.G. Jung come precursore di una filosofia per l’anima

L’ambivalenza della filosofia in Jung

La filosofia appare nell’opera di Jung in forme variegate, spesso – a una prima considerazione – distanti e persino in contrasto l’una con l’altra. Questo modo di sondare una disciplina, un atteggiamento dello spirito o persino una tecnica, non è affatto un’eccezione in Jung. Di qui il commento frequente – fra la condiscendenza per un difetto e il malcelato disprezzo – che si tratti di una certa confusione, tipica dell’autore. è tuttavia possibile una lettura che privilegi un diverso metodo ermeneutico, quello ispirato anzitutto al principio che a ciò che s’interpreta deve essere attribuita la più ragionevole, la migliore delle interpretazioni possibili (la formulazione di questo principio è, per quel che ne so, da attribuire ad Antonio Gramsci, anche se oggi è presentato da molti altri autori in versioni più elaborate ), e, in secondo luogo, ispirato a una lettura attenta all’uso contestuale dello stesso termine, secondo diverse accezioni, in diverse situazioni e con diversi interlocutori. Questa seconda avvertenza è piuttosto banale: si tratta infatti di una regola fondamentale di qualsiasi lavoro ermeneutico, e tuttavia è necessario ricordarla, perché con certi autori ci si prendono libertà eccessive che possono portare a letture superficiali. Così accade per il termine ‘filosofia’ in Jung, che si trova usato sia per prendere le distanze e negare ogni impegno filosofico da parte dell’autore (e questo è l’uso più frequentemente citato, soprattutto da coloro che vogliono salvare Jung da sé stesso, trasformandolo in un inappuntabile scienziato-clinico), sia per affermare, all’opposto, un’affinità profonda fra l’analista moderno e il filosofo antico.
In un altro articolo, apparso nella ‘Rivista di Psicologia analitica’ e nel libro dedicato a Jung, ho già sinteticamente accennato alla problematica autodefinizione di Jung come scienziato empirico in opposizione alle «opinioni metafisiche preconcette»: posizione nella quale l’empiria diventa empirismo idealistico che sembra dare per scontato l’incolmabile iato fra le nostre rappresentazioni psichiche, delle quali saremmo ‘prigionieri’, e la realtà esterna. Questa tesi di Jung è, appunto, tutt’altro che empirica, anzi, potrebbe sembrare una metafisica gnoseologica alla Berkeley, corretta però con un kantismo che pone la psiche come «conditio sine qua non della nostra consapevolezza». Ora, per Kant si trattava di mostrare i limiti dell’esperienza, condizionati dalle forme trascendentali dello spazio e del tempo, limiti che impedivano di superare le condizioni stesse entro le quali soltanto l’esperienza si poteva dare e che, dunque, proibivano ogni fondata affermazione, che volesse basarsi su argomentazioni di tipo fisico circa la natura, per speculare sulla realtà intelligibile, noumenica, cioè libera dalle forme della sensibilità. Ma per Jung si tratta delle creazioni dello psichismo in toto, ossia di affermare i limiti di qualsiasi attività conoscitiva e pratica umana. Però, in questo senso più esteso, ogni richiamo a Kant diventa improprio: se lo psichismo è una realtà fisica, allora varrebbero le limitazioni derivanti dall’essere compreso solo secondo le forme trascendentali della sensibilità, cioè spazio e tempo; invece, se lo psichismo eccede la dimensione puramente fisica, allora non valgono quei limiti, come accade per la ragion pratica, cioè per il giudizio morale e in particolare per l’imperativo categorico, che supera e contrasta le inclinazioni puramente naturali. Proprio nella stessa pagina, tra l’altro, Jung parla del nuovo indirizzo in psicoterapia che «rende inevitabile l’atteggiamento etico del terapeuta»: dunque, qui non intende più far propria l’impostazione kantiana, secondo la quale proprio nell’etica, cioè nella ragione pratica, si oltrepassano i limiti della percezione e dei desideri naturalmente condizionati, in quanto, come abbiamo detto, la forma categorica dell’imperativo richiede il superamento degli interessi naturali del soggetto.
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