Rune Christiansen
Poesie
Traduzione di Nanni Cagnone
SI È DISFATTO

Non sarà la morte a rifare il mondo—
accurata, fluisce dall’occhio, la morte,
ma non saran le lacrime a rifare il mondo.
Un macellaio si pettina i capelli, appende
la carcassa d’un toro; dall’altra parte,
un vitello—eccolo lì, immobile,
a leccare il ventre della luna
finché lingua brucia.

— da A Sensitive Time, 1993

  MA LÀ NON C’ERA NESSUNO

E tutto è quiete, un giorno—
il sole non sorge poi tramonta,
e non piove poi diluvia
sull’aeroporto, sul tavolino del caffè,
sul Diario americano di Camus.
Tempo taciturno, indifferente,
e cielo blu semplicemente infermo.
Ma un giorno quieta ogni cosa,
e senza fine il tramontar del sole.
Vado attraverso la pista, giro
e mai più non giro.

— da The Motor Milky Way, 1994

  MI MANCA

Stiamo entrando in un’epoca più oscura,
solitudine irrompe già nel grembo,
s’insedia in ogni maledetto atomo,
e per qualunque vecchio roditore
sopravviverci non sarà difficile.
Una camicia appesa sotto la luna,
una vespa che fa provviste, e la notte
penetra più a fondo. Perché temere?
Laggiù, le luci della fabbrica
tra gli alberi; bello, il modo
in cui amorosamente ce ne ricordiamo.
La vera opera è in attesa nel cuore.

— da The Motor Milky Way, 1994

  SENZA FRENI

S’inaugura la notte, si mangia
e ci si lascia—niente di decisivo.
Si va dritti a casa, e si scompare
fra tutto ciò che trascuriamo di accogliere.
Noi crediamo a qualcosa
che è un po’ meno del sole
e poco più della capocchia d’uno spillo.
Pensiamo alla salvezza
come a un fastidio
che – come fa il silenzio –
nel corpo ancora assilla.

— da The Motor Milky Way, 1994

  UN GINOCCHIO

Apro l’uscio al sole—grandemente
poesia, per me, far uso del sole.
Tredici anni, e me ne sto
all’angolo della via, viso fuligginoso
e un cane morto tra le braccia.
Quanto tempo
prima di capirne il senso
(siedo su un gradino,
la fronte illuminata eppure ombrosa).
Chi dice le montagne
più grandi della mano
che strappa ciuffi d’erba
e dà sepoltura a un cane,
chi dice che l’eternità comprende
più del dito che strofina il ginocchio,
scuote un granello di sabbia
o toglie una crosta
e lascia che il sangue scorra.

— da The Motor Milky Way, 1994

  FA MALE?

Vaga per le strade,
una bottiglia di latte sottobraccio,
lasciando indietro il traffico.
Dodici anni, e la triste polvere da sparo
gli è entrata già nel sangue.
Trova un frammento di carta argentata
su una scala, e questo è tutto.
Più luce tra le fabbriche—
ora la città crede di svegliarsi,
ma questo è solo il momento
in cui non si avvede di marcire.

— da The Motor Milky Way, 1994

  SOLITUDINESS

Si tratta di ricordi, non d’uno sguardo
che fulgido percorra l’orizzonte
quando sgualcito o ripetuto.
È sempre come in quell’autunno:
il vento si esprime a modo suo,
arduo si fa il paesaggio, eppure
tu spazzoli il soprabito e io penso
che non continuerò a pensare
alla morte, all’indecenza di essere
umani—e che niente ci mancherà
come noi ci manchiamo.

— da The Motor Milky Way, 1994

  FINE DELL’INNOCENZA

Lui toglie una crosta, trattenendo
il calore e tutto quel che avvampa
tra l’inizio e la fine di settembre.
Lei è un maschiaccio spensierato
con i capelli corti, seduto a guardare
i piccioni gremire l’orizzonte
mentre lui fa rotolare biglie nel crepuscolo.
Lei è una presenza dinoccolata,
dalle gambe lunghe
e, quando le cose vanno bene,
un ramo che al suo cazzo si strofina.

— da The Motor Milky Way, 1994

  VIAGGIARE LEGGERI

Due passi dietro di te, padre, lo strepito del mare è ardesia e schiuma, e la spiaggia non scredita il desiderio di starti vicino, dormire contro la tua schiena dopo lo spuntino con pane e carne in scatola. Giaci tra le dune, un braccio sul viso, e parliamo di cilindri e ricambi, ma la tua voce si è indebolita, a meno che non si tratti del mio udito. Ti alzi, avvii l’automobile, guidi sfiorando le onde, e io non so se ti stai allontanando o avvicinando. Nella turbata luce d’autunno sembri un emigrante in pena, o la fine di un secolo breve.

— da The Motor Milky Way, 1994

  39 GRADI

È solo, si veste, e lei fa lo stesso. Lei dice non sono la tua bambina, ma lui non ha paura finché il tempo non funziona—l’occhio funziona, e la bocca è anche più bella. Giù nella strada, esordio di novembre. L’edificio oltre la via impedisce la luce, il traffico turbina schiuma, e la spazzatura è compressa nei container. Ma, se la guardi da un altro punto della città, quella stanza d’albergo somiglia a una capsula perduta nello spazio, a un sonno pesante, a uno squallido silenzioso annientamento.

— da The Motor Milky Way, 1994

  ESSER LÌ PER LEI

Dopo gli orgasmi, quando fermi sul pavimento – noi – e tu sfiori con tre dita il mio labbro inferiore, e io mi accorgo d’un graffio nella vita mai avuta. Aurora non giunge all’essenziale, poiché il sonno e la non necessaria anima sono in una regione più fredda e nel fulgore d’autunno—proprio così. Tu (molto calma) parli dei pioppi d’un tempo, in un prato. Farai mai ritorno? chiedo, e non rispondi, forse perché c’è sempre un quasi nel mai.

— da Anticamera, 1996

  DUE BIGLIETTI

Così, svuotata un’altra stagione, una Citroën scura passa adagio, e noi immobili in distinte ombre. Nell’esigua stanza comincia l’addio, ma noi si fa ritorno a un miglior congegno, ai colori nella pioggia. In questo momento dell’anno, Parigi è una stella dilatata dal buio, la visitazione di qualcosa che si è visto solo in sogno. Dormiamo a stento, nel sonno parlando di come sia ridicolo viaggiare entro ogni viaggio, più o meno veloci.

— da Anticamera, 1996

  QUALCOSA CHE VA BENE

Dopo quel lungo viaggio di ritorno dal sonno, apri al piccolo terrazzo e la bianca fredda luce offende gli occhi: sono riflessi negli edifici di vetro, frammenti di sole, è qualcosa nella struttura degli atomi. Ti stiracchi, la maglietta dei Vendicatori è troppo piccola, e luminosa la tua nuca. Penso che mi piacerebbe essere un albero, e vivere per secoli—immobile, del tutto immobile.

— da Anticamera, 1996

  [SENZA TITOLO]

Pomeriggio, e sproporzionate si direbbero le cose che ci attorniano: si apre qualcosa di rosso sotto una nuvola e il maglione di lana s’imbeve di silenzio nella sabbia, un rimorchiatore passa lento e d’improvviso il mondo è senza sbornie fonetiche. La storia del pensiero è breve più del pensiero—e questa una spiaggia su cui gelare.

— da After Forever, 1997

  [SENZA TITOLO]

Ci siamo incontrati solo 4 volte, e sempre per caso, ma quando ti vidi uscire da quel cinema – maestoso un tempo, adesso squallido – ti avevo già dato un nome: ti fermasti proprio innanzi a me (abito bianco, respiro ansimante). In seguito, dicesti di non ricordare la circostanza (una cronologia che sfugge al tempo), ma io dissi che il tuo viso mi piaceva, che le nuvole me lo rammentavano.

— da After Forever, 1997

 
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